C’era una volta il Soldato degli Autunni, che aveva dormito in una villa col cancello grande, e dentro una guerra senza porte, e in un cappotto color novembre senza più gradi.
Una mattina, lo videro lavare i fazzoletti nella fontana davanti alla Pensione Stella e sorridere con una candela di ghiaccio dall’orecchio. Aveva passato la notte dove gli era stato possibile; ancora una volta, aveva rovesciato il calamaio di quel suo tempo severo, fingendo che fosse stato il cielo ad aver preso penna.
Battezzava gatti, annegava rimpianti e stava terribilmente bene quando passava il Giro d'Italia, perché adorava vedere quelle automobili di tutti i colori che lanciavano pacchetti di sigarette.
Catturava il sole con le sue orecchie a sventola, salutava la signora nel vestito a fiori come fanno i militari quando passa il generale, ma con la scopa al posto del fucile.
Là dove ci sono il lampione e le rose sul muro, lo si vedeva sfregare mille fiammiferi, muovendo il suo ghigno da anziano rettile. Ti voleva far capire che certe stelle le aveva conosciute molto bene –anzi, alcune gli avevano addirittura offerto d’accendere.
Le sue scarpe comprate al mercatino del sabato avevano fatto diversi rumori, una canzone per ogni cosa che aveva percorso o calpestato. I bottoni cuciti male non si erano mai chiusi completamente davanti al vento, forse perché la madonnina di Lourdes legata la collo con lo spago ogni tanto voleva dondolare.
I bambini in bicicletta mettevano più occhi che denti nel loro “buongiorno”, e non capivano se a farlo diventare confuso era stato il proiettile che gli aveva scarabocchiato la testa o quel mazzo di carte maledetto.
Era sempre stato astuto, come un Cavedano: e come i cavedani si sapeva muovere, straccione e signore, vigile e ingordo, veloce e sfuggente davanti all’esca, e poi fin troppo fermo di fronte a un qualsiasi scarico della fogna.
Ma non poteva saperlo che quella notte era stato il diavolo a fare il mazzo.
“Tutti sull’attenti ragazzi!” Sotto la betulla marciava il Soldato degli Autunni, insieme al suo plotno di folgie da spazzare via, e con il profilo da chiglia di nave, magro e scuro, anche lui, con la postura da albero vecchio,ma semprecon una gran volgia di rotolare, come la biglia che ti sfugge di tasca per paura che tu non sappia più giocare.
E certe mattine, le folgie che ammucchiava sembravano essere le sue. Quelle che aveva perduto lui. Se gli offrivi una Malboro potevi nuotare per un istante nel suo occhio. Ed era un istante che ti spaccava la faccia.
Aveva lasciato un dito in Russia e un cuore dietro il finestrino di un treno a Trieste. Lo aveva sostituito con una radiolina nera che portava nel taschino sul petto, le pile tenute nel loro vano dal coperchio e ti dava l’impressione di camminarci dentro.
Ogni tanto guardava la riva, sapendo che ciascuno sguardo ha più strati di una cipolla, chje lo specchio del lago non si rompe mai- e dovresti vedere come certe notti riesce a fare a pezzi la luna, per poi rimetterla insieme e gonfiarla da capo…
Eccolo, con l’ alvaro e il signor Fascina che lo filmano sulla prota del bar dentro la camicia bianca della festa; eccolo che si incazza perché sono entrati con la bici nel suo mucchio di foglie; eccolo che si sistema sul ciglio della strada per vedere se passa il Giro.
Il primario dell’ospedale parlò con l’uomo che aveva accompagnato quel vecchio e disse: “ Ci sembra scanadaloso che suo padre si trovi in queste condizioni di igene…”
“Non è mio padre… Io l’ho solo accompagnato qui.”
Non era suo padre. Non era il padre di nessuno di quelli che lo avrebbero accompagnato. Era il Soldato degli Autunni, che aveva prestato i suoi rami migliori alla patria, ricevendo in cambio una scopa di saggina, una radiolina nera e un passaggio all’ospedale. Che aveva dormito dove dormono le foglie e mangiato dove mangiano i cavedani, perché non era il padre di nessuno di quelli che aveva salutato ogni giorno, mettendosi sull’attenti con una camicia lavata alla fontana.
No, non poteva proprio saperlo che quella notte era stato il diavolo a fare il mazzo.

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